
| Dall’apertura della mano a quella del corpo, attraverso i giochi di respirazione e rilassamento. La Pallestra favorisce attraverso il contenimento la fiducia corporea del 'lasciarsi andare'. La soddisfazione del corpo 'Ri-agito' perché 'Sentito' fa da stimolo ad un impegno sempre più complesso della tonicità, della volontà, della 'sensazione di Sé' come potere sulla realtà nella capacità ritrovata di produrre effetti. Tutto questo si sostituisce allo stato depressivo e regressivo dell’inerzia su una carrozzella, che determina la cancellazione della Persona deprivandola del 'Piacere di Ri-uscire'. da ?RI-USCIRE!, di Stefania Guerra Lisi (a cura di), Borla Editore, Roma, 1991
|
 |
…La massa delle palline si presenta come un miscuglio che risulta
costituito dalle palline e dall’aria che occupa gli spazi vuoti tra le
palline stesse… In definitiva ci ritroviamo con un 'mezzo' discontinuo
e relativamente poco compatto, le cui componenti principali, le
palline, sono in uno stato di relativa 'instabilità gravitazionale',
nel senso che possono facilmente mobilizzarsi scivolando le une sulle
altre. Inoltre il miscuglio risulta opaco, cioè non consente alla luce
di attraversarlo. Le suddette caratteristiche del 'mezzo' determinano
in ampia misura la specificità della 'immersione' che vi si può
realizzare. …la 'discontinuità' del miscuglio fa sì che la stimolazione
sia puntuale e discontinua, nel senso che si avrà stimolazione solo dei
punti della superficie corporea che verranno in contatto con le
palline. È evidente la differenza con l’immersione nell’aria e
nell’acqua, mezzi omogenei e più compatti nei quali l’immersione
comporta appunto una stimolazione omogenea e continua della superficie
corporea immersa. … La mutevolezza delle localizzazioni e la varietà
delle intensità delle stimolazioni sono poi amplificate a dismisura
dalla varietà delle posture possibili e dai movimenti che il soggetto
compie nella vasca. Tutto ciò fa sì che la semplice immersione diventi
una ottima opportunità per avviare un lavoro educativo centrato, in
termini di obiettivi, sulla consapevolezza e sulla conoscenza del
corpo, proprio in quanto fornisce un flusso di dati sensoriali tali da
sostenere processi percettivi adeguati allo scopo. È noto infatti che
quanto più il dato sensoriale tende alla omogeneità e alla costanza,
tanto più esso si troverà collocato, nel processo di elaborazione dei
dati sensoriali, come elemento di sfondo, perdendo la dignità e il
rilievo di figura. …Ci pare che tale possibilità offerta dallo
strumento sia da valorizzare, aldilà della sua portata generale, nei
casi in cui, come in molte paralisi cerebrali infantili, il soggetto, a causa di gravi limitazioni motorie, sia costretto per tempi lunghi
sulla carrozzella o comunque in condizioni di quasi immobilità, laddove
cioè il rischio di una perdita di consapevolezza della esistenza di
alcune parti da corpo é fortemente supportata dalla monotonia del dato
sensoriale.
Un’altra importante peculiarità del 'mezzo' attiene alle condizioni che
al suo interno si determinano per l’assunzione, il mantenimento e il
cambiamento di posture. Il miscuglio di aria e palline, a differenza
dei fluidi, offre un sostegno, sia pure parziale, che facilita
l’assunzione e, a certe condizioni, il mantenimento di diverse
posture. Ciò vale soprattutto per soggetti senza rilevanti deficit
motori ma, in misura diversa, anche per soggetti con limitazioni
motorie di varia entità. È opportuno, ovviamente, che la presenza in
vasca dell’operatore si traduca in un aiuto fattivo ai soggetti, tanto
più quanto più grave é il deficit motorio e, in particolare, quanto più
grave è il deficit motorio e, in particolare, quanto più limitato è il
controllo del tronco e del capo. …Questi, oltre ad evitare movimenti
massivi e repentini che creino grossi squilibri nella massa delle
palline, potrà guidare i soggetti ad acquisire familiarità con il nuovo
mezzo, dosando opportunamente sin dall’inizio l’aiuto necessario per
evitare loro un vissuto di insicurezza. L’opacità del mezzo infine,
per limitarci alle sue peculiarità più rilevanti, consente di dar vita
ad una serie di attività e giochi che ruotano attorno alla
scomparsa/ricomparsa di parti del proprio corpo, del corpo dell’altro,
di oggetti: semplici giochi di imitazione o di esecuzione su invito
verbale comportanti l’immersione e/o l’emersione di una qualche parte
del corpo, il riconoscimento e poi la ricerca, su base tattile, di una
parte del corpo (proprio o altrui) immersa, il riconoscimento e la
ricerca di oggetti introdotti nella vasca e immersi tra le palline.
Il movimento nella vasca
Intanto, dal punto di vista motivazionale e relazionale, l’assetto che
generalmente si realizza in vasca è dei migliori: la notevole
attrattiva esercitata dalla Pallestra sui bambini e sui ragazzi e la
facilità con cui si instaura la dimensione ludica pongono le premesse
per un ottimo investimento da parte dei soggetti nell’esperienza in
corso. Il movimento si inserisce come elemento spontaneo in un tessuto
relazionale improntato alla dimensione ludica e per ciò stesso molto
stimolante. …Le palline offrono una resistenza maggiore dell’aria e
dell’acqua. Ciò implica un maggiore impegno muscolare per mobilizzare
un segmento corporeo immerso o per spostare il corpo in immersione:
tale aspetto dell’attività motoria svolta in vasca può risultare utile
ogniqualvolta sia necessario contrastare una tendenza all’ipotonia,
come spesso accade con i soggetti affetti dalla sindrome di Down. …La
maggiore resistenza delle palline consente inoltre, ove sia opportuno e
fattibile, un affinamento della consapevolezza e della conoscenza del
corpo, grazie al confronto dei dati propriocettivi collegati alle due
diverse condizioni in cui é possibile realizzare, anche in stretta
connessione temporale, dei movimenti segmentali, cioè con il segmento
corporeo immerso ovvero emerso. La rumorosità delle palline, invece,
introduce, in stretto collegamento con il movimento, un elemento sonoro
che ne costituisce un effetto: si vengono così le condizioni per un
vero e proprio feed-back uditivo utilizzabile, tra l’altro, come spunto
per giochi corporei e attività di rilassamento incentrati sulla
opposizione 'movimento/immobilità' e su quella 'rumore/silenzio' ad
essa correlata.
Le palline in quanto oggetto ludico
La notevole attrattiva esercitata dallo strumento è certamente da
ricondurre, in ampia misura, alla composita ma armonica componente
cromatica, come a quella sonora. Non è da sottovalutare però il ruolo
giocato dalle palline in quanto oggetto ludico immediato. La pallina è un giocattolo presente ben presto nell’esperienza dei
bambini. Le dimensioni delle palline della Pallestra, così come le
caratteristiche legate alla materia utilizzata, la plastica, ne
fanno un oggetto privilegiato per un’intensa e spontanea attività
manipolatoria: la pallina può essere afferrata con una sola mano (anche
dai più piccoli), compressa entro un certo limite, la si può lasciar
cadere e poi riprendere, la si può lanciare. La superficie liscia rende
piacevole la manipolazione ma anche altre modalità di approccio e di
esplorazione: spesso i più piccoli portano alla bocca e 'ciucciano' le
palline, le battono sul capo o su altre parti del corpo, peraltro senza
alcun danno o rischio grazie alla loro leggerezza ed elasticità. Una
utilizzazione abbastanza immediata, soprattutto da parte dei più
grandi, è costituita da giochi che implicano il lanciare, dallo scambio
a diverse forme di tiro al bersaglio. La varietà dei colori consente all’operatore di strutturare giochi (o
di introdurre varianti in quelli già in corso) implicanti il
riconoscimento di uno o più colori o una vera e propria attività
classificatoria in funzione del colore…
L’oggetto e il giocattolo in vasca
L’introduzione intenzionale di oggetti e giocattoli in vasca da parte
dell’operatore può rispondere a diverse esigenze e finalità. Con i
piccolissimi, ad esempio, il giocattolo può costituire un ottimo
sussidio per facilitare il superamento di una eventuale difficoltà
iniziale ad adattarsi al nuovo ambiente. Più in generale però si
possono individuare due principali funzioni per l’oggetto e/o il
giocattolo in vasca. La prima è quella di meta: il giocattolo può
costituire la meta di spostamenti e può fornire lo stimolo necessario
anche ai più pigri. Può anche rappresentare la meta di una attività
motoria più varia e complessa nella ricerca di un oggetto immerso tra
le palline. L’oggetto immerso può essere altresì molto utile, e con
ciò passiamo alla seconda funzione, per affinare le capacità gnosiche
tattili: in tal senso,i giochi possono implicare il semplice
riconoscimento globale del giocattolo familiare o le discriminazioni
più sottili per una rigorosa classificazione. L’unica raccomandazione
riguarda le dimensioni degli oggetti: non è opportuno inserire in vasca
oggetti molto piccoli, pena la loro irreperibilità.
Il lavoro sin qui svolto deve essere considerato come una prima
ricognizione. …Ci siamo accostati alla Pallestra tentando di
individuarne le potenzialità nella loro valenza educativa per poi
coglierne i risvolti riabilitativi. Nel discutere alcuni aspetti del
lavoro con lo strumento, ci siamo limitati quasi sempre a notazioni che
attenessero a qualche sua peculiarità per evidenziare le opportunità
specifiche che la Pallestra mette a disposizione della pratica
educativa e riabilitativa. Le esemplificazioni di attività e giochi e
le relative indicazioni in termini di obiettivi possono pertanto essere
ampliate, nella pratica della utilizzazione dello strumento, con una
varierà di proposte che - fatta salva qualche rara controindicazione
potranno utilmente essere realizzate in vasca, con il beneficio che può
derivare dal clima di disponibilità al dialogo e di gioiosa
partecipazione che facilmente vi si realizza. In questa ottica la
Pallestra costituisce effettivamente un set di lavoro molto utile, le
cui potenzialità incontrano l’unico limite della nostra creatività
progettuale.
L’esperienza del gruppo di lavoro 'Pallestra' della Comunità Educativa
di Palermo'- di Angelo Cottone, in: 'esperienze sociali' N° 56, Gennaio
1988, Anno XXIX, n.1
…Non tutti i bambini, soprattutto piccolissimi, si abbandonano senza
reticenze alla Pallestra: ognuno ha i suoi tempi, le sue modalità di
approccio. Ognuno cerca le sue rassicurazioni ed ha bisogno di
elaborare in modo diverso il rapporto, passando attraverso diverse
fasi. Sta all’adulto, come sempre, porsi in condizione di “ascolto”, di
estrema disponibilità, intuendo ed accettando eventuali diffidenze,
graduando le richieste e le proposte, cercando, anzi, di lasciare, il
più possibile, l’iniziativa al bimbo. Alcuni soggetti preferiscono,
inizialmente, restare fuori; altri entrano ed escono in continuazione,
altri ancora entrano solo con l’oggetto di transizione (oppure queste
possono essere le fasi successive per uno stesso bambino); molti ci si
tuffano, letteralmente, e non vogliono saperne di venir fuori. Le
possibilità sono tante quante sono bambini. L’importante è prevedere e
rispettare un periodo in cui il piccolo abbia la possibilità di
prendere confidenza in modo graduale con l’ambiente nuovo, e di
esplorarlo secondo la sua personalità ed i suoi problemi. Egli arriverà
così a godere di questa situazione, sperimenterà le diverse sensazioni
del suo corpo in movimento o fermo, la libertà che gli offre un mezzo
che lo sostiene certamente più dell’aria ma che non lo minaccia come
l’acqua. A questo punto la Pallestra diventa un ambiente ideale per
favorire l’interazione in quanto adulto e bambino condividono la
situazione, gli oggetti, le sensazioni, instaurano giochi corporei
molto liberi per arrivare, via via, a 'formati' sempre più strutturati.
…Bruner (1987) chiama 'formati' i contesti familiari, ben strutturati e
stabilizzati nel cui ambito avvengono gli scambi comunicativi. Essi
implicano un’intenzione, una sequenza di procedure comunicative ed uno
scopo comune tra bambino e adulto. In altri termini una conoscenza
condivisa, anche se attestata a livelli differenti tra i due. Il
bambino apprende, in questi contesti familiari, standardizzati e
convenzionali, a portare a termine l’azione comune con l’adulto,
impadronendosi via via di regole e convenzioni che sono alla base delle
attività umane condivise e nello stesso tempo sono i prerequisiti del
linguaggio. In questo senso la Pallestra offre una cornice ideale - per
quanto sinora detto -, un contesto che per sua natura sollecita - come
vedremo - l’emergere di questi formati. …La Pallestra, utilizzata in
ambito riabilitativo, si é dimostrata un contesto ideale per quegli
scambi tra adulto e bambino che incoraggiano la sistematicità, la
combinazione di elementi diversi in ambiente e situazioni controllati
da cui ricavare significati, intenzioni, assegnare interpretazioni.
Così l’insieme dei dati e dei fatti comunicativi, linguistici e
contestuali, permettono, come dice Bruner (1987), un’efficace passaggio
della comunicazione.
…Analizzando le videoregistrazioni delle sedute riabilitative con i
nostri piccoli sordi, in cui è stata introdotta la Pallestra sono
emerse con particolare evidenza tutte queste opportunità. Le palline
colorate che riempiono la vasca invitano il bambino a giochi semplici
quali prendere, lanciare, dare; attività elementari ma cariche di
significato e di implicazioni. Prendere, (che ha le sue origini
nell’attività, riflessa, di prensione) nel momento in cui il bambino
diventa consapevole che la sua mano (che cade nel suo campo visivo) è
da lui mossa volontariamente per afferrare un oggetto (sempre nel suo
campo visivo), diventa un comprendere (Lorenz, 1980 p.257) vale a dire
l’azione diventa un concetto. Dare (come atto consapevole) è un’azione
a cui il bambino arriva dopo i sei/otto mesi, se il suo sviluppo
relazionale si è svolto normalmente. L’evoluzione di questa capacità è
molto significativa, perché nella sua forma adulta vuol dire
interagire, condividere. Mentre prendere significa incorporare, fare
proprio (ed è certamente un’attività molto precoce), dare significa
separarsi da qualcosa che ti appartiene, che è parte di te. Richiede
fiducia nell’altro ed un ambiente conosciuto e distensivo, che non ti
minacci in alcun modo. Richiede un ben diverso grado di maturità di
sviluppo sociale, di disponibilità a comunicare (mettere in comune).
La Pallestra, con la sua grande quantità e ripetitività dell’oggetto
(palline), facilita i giochi in cui il bambino consegna anche senza
avere l’intenzione di scambiare o di condividere qualcosa in quanto il
suo interesse è tutto centrato sull’atto motorio. È questo un ottimo
aggancio con quei soggetti che sfuggono il rapporto con l’altro, con i
quali è molto difficile instaurare inizialmente dei veri e propri
scambi in quanto li evitano. Le routines di gioco in cui il bambino
inizia con il semplice atto di far passare l’oggetto (non investito di
particolari significati) possono aiutare a spezzare un muro difensivo,
di rifiuto, ed avviare il bambino, attraverso un processo graduale, che
sarà molto più ampio, alla maturità che richiede l’atto consapevole di
dare. Il discorso su questo atto, e su questa parola, è molto vasto e
non è questa la sede per approfondirlo. È sufficiente accennare al
fatto che dare, nei primi comportamenti infantili ha il significato di
condividere l’informazione sull’oggetto, di richiedere conferma della
stessa attraverso l’attenzione che l’altro pone allo stesso oggetto
(Camaioni, Volterra, Bates, 1976, p.82). In questo senso, allora, anche
parlare è dare, dare con le parole, dare le parole, il che consente al
bambino di condividere e verificare le sue conoscenze sul mondo
attraverso lo scambio, il mettere in comune.
Alcune conclusioni emergono subito, ed evidenti, confrontando i
comportamenti dei tre bambini. Fabio e Carlo hanno moltissimi
atteggiamenti in comune sebbene l’uno accetti con entusiasmo la
Pallestra e l’altro con molta circospezione. Enrica appare invece molto
diversa dai compagni in quanto il suo è esclusivamente un problema
uditivo non aggravato da difficoltà a comunicare: nei momenti in
Pallestra si possono apprezzare le molte occasioni di scambio su cui si
innestano gesti comunicativi e parole. Con Fabio e Carlo la Pallestra
diventa un’opportunità per superare le barriere del rapporto con
l’altro e con l’ambiente in generale; con Enrica è un momento
stimolante che le dà modo di utilizzare le sue capacità comunicative
evolvendole in senso linguistico.
…È possibile asserire che durante la sperimentazione i bambini,
soprattutto i due maschietti, hanno fatto progressi veramente
significativi, ma non è possibile concludere che siano senz’altro da
attribuirsi all’introduzione sistematica dell’ambiente Pallestra della
rieducazione. In realtà, contemporaneamente, proseguivano le sedute di
musicoterapia e psicomotricità associate all’intervento logopedico. Sta
di fatto che l’utilizzo della Pallestra è coinciso con uno sblocco
della situazione in entrambi i bambini, in particolare sul piano
comunicativo.
In effetti la mia ipotesi di partenza presupponeva che la validità
dell’ambiente Pallestra fosse da ricercarsi primariamente su un piano interattivo comunicativo, in senso lato; ipotesi che mi sembra
suffragata sia delle considerazioni teoriche della prima parte come
dalle osservazioni come dalle osservazioni sulle sedute con i bimbi
della seconda. La scelta di due bambini su tre con difficoltà relazionali, associate
alla sordità, è stata fatta proprio in funzione del fatto che, se si
ottenevano risposte significative sul versante della comunicazione con
loro, potevamo, a maggior ragione, presumere che la Pallestra fornisse
il supporto ideale (per certi versi e per certi tempi) per
incoraggiare l’uso del linguaggio e favorire un’adeguata evoluzione con
i bambini in generale, e con i soggetti sordi in particolare.
'La Pallestra: Un ambiente per interagire', di Itala Riccardi Ripamonti
- logopedista - responsabile del Centro di Rieducaziorie Ortofonica e
Psicomotoria - Cusano Milanino (Mi) in:'pagine di psicomotricità' n° 23
Gennaio - Marzo 1990
|
 |
 LA PALLESTRA IN UNA STANZA DEDICATA ALL'OSSERVAZIONE NEL CENTRO PER L'AUTISMO DI MONDOVI' |
 |
 |
 |
L’impostazione dell’attività (individuale o di gruppo) può essere fatta partendo da una programmazione psicomotoria: - iniziare dall’osservazione delle reali possibilità e dalle motivazioni del bambino; - modulare le proposte dell’operatore per aderire alla problematica del bambino con la mediazione positiva di uno strumento così versatile come la Pallestra usata come: - punto di appoggio - elemento di resistenza - elemento di distanziazione e avvicinamento - elemento contenitore e di abbandono - oggetto mediatore di comunicazioni e di piacere, di continuità, tra il 'dentro' e il 'fuori', di abolizione tra i confini calorici dell’IO e del non-IO - elemento di manipolazione di oggetti (le palline) per giochi vari, ma anche per l’intervento sul piano dei fantasmi indotti: il 'mare' delle palline evoca il liquido amniotico, la Madre, l’elemento femminile. Tutto ciò rappresenta uno stimolo ulteriore all’intervento educativo-terapeutico. In pratica, la 'Pallestra' consente all’operatore di porgere al bambino un messaggio fondamentale che rovescia il rapporto adulto-bambino tradizionale: 'Non importa come fai una cosa, ma importa ciò che sei'. Nei tre anni di attività in 'Pallestra' che ho finora fatto sia in situazione educativa (asili nido, scuole materne ecc.) che in situazione terapeutico-riabilitativa (Centri, formazione di operatori ecc.), ho potuto sviluppare una ricerca sulle indicazioni dell’intervento in 'Pallestra' partendo dalla valutazione dei bambini fatta con il bilancio psicomotorio, i sociogrammi, le schede di osservazione psicologica. Durante tale tempo di osservazione ho sviluppato, nelle diverse situazioni, attività relative ai seguenti temi di intervento: schema corporeo; rilassamento; condotte motorie e percettivo-motorie di base; reattività e aggressività; ansia, tensione; disadattamento; handicap; attività espressive. Le prime reazioni dei bambini, di tutti i bambini, sono quelle di una grande meraviglia e di esplosione di gioia per l’oggetto 'Pallestra'. Poi vi è un uso informale e libero con successiva fase di codificazione di attività preferite a seconda dei casi. Qualunque sia l’handicap, occorre ridare alla persona il gusto di vivere, di fare ancora, di esprimersi. La 'Pallestra' diventa così, per il soggetto handicappato, il veicolo privilegiato per un approccio corporeo per comunicare con la maniera con cui il bambino (o l’adulto) inscrive la sua sofferenza psicologica in reazione ai suoi problemi. Secondo statistiche internazionali, un 70-80% dei
soggetti presi in carico dai centri e dai consulenti-specialisti,
presentano disturbi del comportamento. Sono quei bambini che non fanno
niente in classe, sono instabili e reattivi, che creano tensione e
ansia negli insegnanti. | Ma ci sono anche i bambini inibiti, che vengono
considerati meno dagli specialisti perché... disturbano meno! In
tutti questi casi, che vengono generalmente segnalati dalla scuola, il
set psicomotorio offre, arricchito dalla 'Pallestra', un’occasione per
convogliare educativamente la reattività, l’aggressività, l’inibizione
in attività liberatorie e vissute con l’adulto che non nega l’altro ma
gli consente di essere sé stesso.
Nel trattamento della debilità motoria, il rilassamento
nelle palline, la ricerca di movimenti adatti all’equilibrio e agli
spostamenti, ma soprattutto il massaggio sui muscoli che effettuano le
migliaia di palline della 'Pallestra', costituiscono un elemento
interessante e valido per tale terapia. Il progetto motorio, l’affinamento della conoscenza
della propria immagine che l’attività in 'Pallestra' consente, può
essere un’utile proposta di indagine, di investigazione e di
organizzazione per lo schema corporeo. Le instabilità psicomotorie sono evidenziabili fin dalla
osservazione: sono i bambini incapaci di stare al loro posto. Altre
volte, l’instabilità é rivelata da manovre di mobilizzazione.
Il set Pallestra favorisce la distensione e
l’avvicinamento relazionale spontanei nel bambino che adotta
atteggiamenti via via più adattati e coordinati. E, infine, ho potuto osservare che, nei soggetti affetti
da autismo o psicosi, la 'Pallestra' favorisce il contatto e la
manipolazione degli oggetti e il superamento delle paure
nell’avvicinamento all’altro con il vantaggio di impedire a questa
bambini di farsi male durante le sedute. Non solo, ma subentra, in
tutti i bambini, un 'piacere senso-motorio' che, come dice Aucouturier,
'è la chiave che fa vibrare il bambino in un vissuto positivo di sé
stesso nel quale si sente valorizzato, stimolandolo verso produzioni
simboliche gratificanti'.
Alla luce di quanto descritto finora, la 'Pallestra' è
un oggetto psicomotorio per eccellenza perché costituisce un set che
può avvicinare o allontanare le persone tra di loro a seconda dei
bisogni e delle richieste che si intravedono o emergono durante le
attività. Se si considera che, come ci insegna Bergés, lo
psicomotricista è lo specialista del corpo in relazione, si può ben
dire che la 'Pallestra' è il set psicomotorio che maggiomente mette in
relazione educativa le persone, facilitando l’approccio e abbreviando i
tempi di adattamento del soggetto all’ambiente.
In ultima analisi, la 'Pallestra' sopperisce
all’insufficiente adattamento alla realtà dei bambini in difficoltà,
evita la stereotipia della convulsa scelta dei giocattoli, colma a
deficienza di originalità, aiuta un raggiungimento di una possibile
maturità ludica, aumenta e ricrea l’attività simbolica.
'Psicomotricità e Pallestra', di Tiziano Maria Galli, Docente di psicomotricità, 1988 |
 |
La Pallestra offre un contenitore ideale che realizza sensorialmente le condizioni di continuità tattile, cinestetica, sonora, connesse alla continuità fra corpo ed oggetto che lo amplifica; una occasione unica di stimolo al riattraversamento in situazione piacevole di tutte le mappe psico-senso-motorie. Inoltre, avendo le caratteristiche estetiche: forma, grandezza, colori, immersione, vibrazionale tatto-sonora, che la fanno percepire come grande gioco rappresenta un’occasione unica per bambini (dall’asilo nido in poi) di stimolo al ripercorso filogenetico evolutivo. Di questo si può prendere coscienza, secondo il metodo della globalità dei linguaggi anche a livello interdisciplinare anche negli apprendimenti: dai prerequisiti (dentro-fuori, sotto-sopra, poco-tanto, attraverso...) alla biologia, all’antropologia, alla strutturazione linguistica, dai linguaggi non verbali al verbale. Ponendosi come proposta ludica che favorisce l’esprimersi delle scariche motorie, permette anche la prevenzione al disadattamento (specie di soggetti rischio per caratterialità, ipercinesia o scarsa partecipazione tonica). Tutto questo ne fa anche un mezzo pratico, percepibile come messa in gioco, e quindi non medicalizzato, di programmata riabilitazione psicofisica secondo il recupero del 'principio di piacere' quale irrinunciabile condizione di partecipazione emotonica di un soggetto, non manipolato induttivamente, ma manipolante la realtà. Tutti i passaggi evolutivi previsti metodologicamente assumono spontaneità se viene creativamente sfruttata l’occasione Pallestra:
-recupero di sicurezza nell’avvolgente perdita di gravità. -capacità di lasciarsi andare in una graduale autonomia del corpo che inconsciamente ritrova le sue facoltà di scelta-ambientazione spazio-temporale (le proprie preferenziali posture con i propri tempi). -accomodamento e metamorfosi tonico-fonica garantita dalla mobilità implicita delle palline contro rigida immobilità (di corpi anche gravemente handicappati). -accettazione del contatto nel micromassaggio di qualcosa esterno al corpo regolabile però dall’interno: prolungamento della sensazione di sé nella realtà. -percezione (specialmente se guidata dall’educatore) dei propri confini in una conquista o riconquista dello Schema Corporeo. -protensione nel rotolamento di fianco dalla posizione supina tramite articolazione natatoria sempre più estesa degli arti. -prensione con aggrappamento da posizione bocconi, ad oggetti sopra di sé (tonicità della base della schiena). -trasformazione creativa dell’ambiente proporzionale all’aumentare della motività (affettivamente provocata con soggettivi stimoli sensoriali). -prensione del corpo (grande mano) al bordo o su grandi palloni immessi nella Pallestra. -prensione della mano, anche se ipotonica, favorita dallo scorrere delle palline e dalla loro giusta dimensione e peso per l’afferramento. -comunicazione (dall’interno all’esterno) nella maturazione del lancio o del porgere e richiedere: 'da', che sottende quella della differenziazione nel 'distacco' e quella dello 'scambio relazionale'... 'Il recupero della relazione nei giochi psico-senso-motori', di Stefania Guerra Lisi, in: RI-USCIRE!, pp.105-122 Borla Editore, Roma, 1991 |
 |
È esperienza comune a quanti si interessano di bambini il constatare la facile perdita di entusiasmo nei confronti di giochi altamente strutturati che spesso vengono abbandonati non appena se ne scopre il funzionamento. Mi sembra importante allora, oggi più che mai, sottolineare la necessità di giochi e stimoli che consentano al bambino di sperimentare il piacere del giocare e che attivino la sua esplorazione. Ed è proprio in questo senso che vorrei fare alcune riflessioni sulla Pallestra che ha costituito spesso nella mia attività un utile strumento di lavoro. Una prima considerazione importante riguarda la dimensione spaziale nel suo significato psicologico più ampio. La delimitazione di uno spazio costituisce infatti una premessa indispensabile all’instaurarsi di una relazione e al dispiegarsi di quell’area potenziale che con Winnicott abbiamo imparato a consacrare al gioco. Uno spazio circoscritto pone un limite, stabilisce confini, definisce un interno ed un esterno e proprio per questo favorisce un suo possibile superamento simbolico. Huizinga ha definito gli spazi di gioco del bambino come mondi temporanei all’interno del mondo ordinario, consacrati all’esecuzione di atti che stanno a sé. Non si insiste mai abbastanza a mio avviso, sulla necessità di questa condizione per stimolare e tenere in vita l’area potenziale del gioco. I bambini lo sanno e quando l’ambiente e gli adulti non forniscono stimoli adeguati, possono inventarsi ogni tipo di spazio protetto o di nascondiglio per lasciar poi galoppare la propria immaginazione. Tornando allora allo spazio protetto della Pallestra e alla sua possibilità di stabilire confini, vorrei evidenziare l’importanza che può rivestire, per un adulto che ne sia consapevole e sappia utilizzarlo, la scansione di uno spazio interno e di uno spazio esterno. Il limite concreto codificato dalla struttura del gioco può costituire infatti per bambini spaventati dalla relazione, una difesa da ipotetiche manovre di avvicinamento da parte dell’adulto. La vista, come strumento sensoriale che stabilisce distanza, può così diventare il ponte attraverso il quale adulto e bambino possono condividere, senza troppa paura, uno spazio d’azione. Uno spazio, quello interno alla Pallestra, particolarmente significativo, fonte di sensazioni propriocettive e cinestetiche che, attraverso il piacere e/o la preoccupazione, spingono il bambino a percepire i confini del proprio corpo. Ma lo spazio interno potrebbe essere occupato dall’adulto se il bambino decide di rimanere fuori. In questo caso è il corpo dell’adulto a fungere da modello per l’incontro con un mondo arcaico (quello corporeo) considerato forse troppo minaccioso dal bambino che non vuole entrare. Oppure l’interno può essere occupato insieme e allora si può guardare il fuori dalla stessa posizione. Lo stare dentro insieme può favorire l’esplorazione di contatti più intimi grazie alla mediazione di un materiale (le palline) fluido, mobile e leggero che aiuta comunque a mantenere una distanza e a sentirsi plasticamente contenuti. Ed è dalla consapevolezza e dal rispetto di questi spazi che possono prender vita tutte le azioni creative rese possibili da un materiale così plastico. La possibilità di nascondersi o di nascondere l’altro sotto una coltre di palline che non opprimono, che lasciano respirare e che consentono un esplosivo, gioioso ritrovamento. La possibilità di sfidare la gravità e di sperimentare senza tensioni la caduta in tutte le direzioni. Il gusto di tuffarsi nella piscina delle palline, come molti bambini la definiscono, costruendo anche trampolini all’esterno per rendere più eccitante il gioco. La fatica di svuotare la piscina per riuscire a vedere il fondo e il gusto di portare dentro oggetti di cui sperimentare la consistenza. Ma anche il piacere di stare in quello spazio dalle forme cangianti, giocherellando con palline colorate che possono facilmente trasformarsi in tutti gli oggetti che l’adulto e il bambino possono immaginare insieme. In un momento come quello attuale in cui si assiste ad un sempre maggiore 'tecnicismo' nei giochi, nelle prestazioni ed anche nelle proposte di cure credo sia importante valorizzare spazi e materia che consentano al bambino di vivere la propria dimensione.' A Proposito di materia e di materiali: alcune riflessioni sulla Pallestra' di: Magda Di Renzo, Istituto di Ortofonologia, Roma in 'Babele' Anno II - N. 6, aprile - giugno 1997 |
 |
Presso il reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedalino, nella sala attrezzata per la fisioterapia e la logopedia è stata adottata in prova una Pallestra. 'È da poco tempo che abbiamo la Pallestra - ci informa la dott.ssa Ghersini - ma già ho avuto modo di sperimentarla, sia a livello diagnostico che terapeutico, con bambini ricoverati e durante le visite di controllo.' L’approccio con la Pallestra richiede una certa gradualità: in genere il bambino prima la guarda, poi si avvicina, inizia a giocare con le palline e accetta di entrare nella vasca, da solo o insieme a un adulto (mamma o fisioterapista), solo dopo un certo tempo. Finora abbiamo potuto osservare bambini con problemi di tipo motorio e sensoriale. Ad esempio abbiamo notato che bambini affetti da tetraparesi spastica, senza alcuna capacità spontanea di stare seduti e di manipolare oggetti, stanno volentieri nella Pallestra, si sentono sostenuti e contenuti (ma non “costretti” come in braccio a un adulto) e quindi iniziano a usare le mani (spesso altrimenti impegnate a sostenersi) per toccare, manipolare, passare le palline da una mano all’altra, fare i primi lanci. Nel bambino distonico viene favorita ad esempio la prensione. Per il bambino cieco (che all’inizio più di altri manifesta timore verso questa attrezzatura) è utile per la globale stimolazione tattile esercitata dalle palline su tutto il corpo. Nella Pallestra infatti ci si può rotolare, coprire fino a nascondersi completamente, e al bambino cieco questa immersione totale non provoca sensazioni di soffocamento come avviene invece con l’acqua. Infine, il bambino che gioca nella Pallestra - proprio perché rilassato e con una postura sufficientemente corretta - si trova spesso nelle condizioni per poter meglio esprimere le proprie capacità e potenzialità anche di tipo psichico e intellettivo. Per noi, infatti, osservare questi bambini giocare insieme nella Pallestra sono state occasioni importanti, che in alcuni casi ci hanno permesso di cogliere in loro possibilità inaspettate. 'Un mare di palline' in: 'Obiettivo: bambino scuola famiglia' n° 30, marzo 1989 Trimestrale della Federazione Provinciale Scuole Materne, Trento
La valutazione tecnologica che io effettuo inizia proprio dalla Pallestra: l’approccio con il nuovo ambiente e il tecnologo viene mediato da un qualcosa di altrettanto nuovo ma che attira l’attenzione e la curiosità e che ricorda, una volta dentro, senza dubbio un ambiente conosciuto, familiare, rassicurante, amico. I movimenti si liberano, si stimola la vista e l’udito, si incrementa la vocalizzazione, si notano prima di iniziare le abilità e le potenzialità residue. La Pallestra poi è complice di quel 'non lavorare per imparare a lavorare', ovvero di quell’attività di non-lavoro, ma di osservazione utile all’impostazione di un lavoro successivo. Nella Pallestra possiamo inserire giochi e svolgere attività associate, o impostare un lavoro di comunicazione alternativa e aumentativa e di recupero cognitivo. …Con soggetti in assenza di parola e in grave deficit motorio, il lavoro viene impostato subito sull’approccio collettivo ovvero bambino e operatore con importante supporto verbale da parte di quest’ultimo. Le pause servono solo per far ascoltare il rumore delle palline smosse quale stimolazione uditiva e quale conferma del suo movimento (CAUSA-EFFETTO). Il bambino viene poi lasciato solo nella piscina (solo presenza dell’operatore) evitando il contatto corporeo e osservando il suo comportamento. Nel caso in cui il bambino non sprofondasse per assenza di movimento da parte sua, si muovono le palline al di sotto creando lo sprofondamento passivo. Lentamente poi si coprono le varie parti del corpo: braccia, gambe, busto e per ultima la testa. Fino a che il bambino non riemerge si mantiene un contatto verbale (richiami di attenzione, domande, parole, voci, suoni, canzoncine...) in modo da non farlo sentire solo ed isolato. Poi si aiuta il bambino ad uscire e si associa all’atto del riemergere un suono (una vocale, un sorriso, una esclamazione, un suono...). 'La Pallestra quale luogo di movimento, di musica e di comunicazione', di Mara Sartori, Consulente in tecnologia per la disabilità, Padova 1999 |
 |
 |
Elenco documenti appartenenti alla sezione Riabilitazione, in ordine cronologico
'Sperimentazione Pallestra' di G. Cenerini; Ghezzi; Lionetti - Scuola 'Treves de Sanctis', Servizio rieducazione psicomotoria — Milano — A.S. 1984/1985
Testimonianza di una mamma - Milano, 1986
Da: 'La formazione dell’adulto e la 'Pallestra', di Anita Presterà - Responsabile della formazione psicomotoria, Civica Scuola di Animazione Pedagogica e Psicomotricità - Milano; Fiammetta Carboni - Formatrice e Terapista della Psicomotricità - AIAS - Milano; Ha collaborato: Lorenza Vigorelli - Formatrice e Terapista della Psicomotricità - AIAS - Milano, 1987
'L’esperienza del gruppo di lavoro 'Pallestra' della Comunità Educativa di Palermo'- di Angelo Cottone, in: 'esperienze sociali' N° 56, Gennaio 1988, Anno XXIX, n.1.
'Psicomotricità e Pallestra', di Tiziano Maria Galli — Docente di psicomotricità - 1988
'L’ascolto del corpo e la Pallestra' di E. Anna Gidoni — Centro Educazione Motoria ´A. Torrigianiª C.R.I. Firenze, in: QUADERNI A.I.T.R. - anno XI N. 4, Ott.-Dic. 1988 pp. 34-36
Lusso Rossella — Psicomotricista - Centro psico-socio-formativo 'Comunità Giovani' — Racconigi (Cn), 1988
C.S.E. di Busto Arsizio (Va), 1989
'Un mare di palline' in: 'Obiettivo: bambino scuola famiglia' n° 30, marzo 1989 Trimestrale della Federazione Provinciale Scuole Materne - Trento
Prof. Giacinto Granata — Università Popolare degli Anziani — Roma, 1989
Massimo Seccaspina e Valeria De Giorgi - Cooperativa AS.SO.FA. — Piacenza, 1990
'La Pallestra: Un ambiente per interagire', di Itala Riccardi Ripamonti - logopedista - responsabile del Centro di Rieducaziorie Ortofonica e Psicomotoria - Cusano Milanino (Mi) in:'pagine di psicomotricità' n° 23 Gennaio - Marzo 1990
'Il recupero della relazione nei giochi psico-senso-motori', di Stefania Guerra Lisi, in: RI-USCIRE!, pp.105-122 Borla Editore, Roma, 1991
'Relazione su una esperienza psicomotoria: la Pallestra' di Gabriella Naretto, Fisioterapista, in 'pagine di psicomotricità' N. 45 luglio - settembre 1995
'A Proposito di materia e di materiali: alcune riflessioni sulla Pallestra' di: Magda Di Renzo - Istituto di Ortofonologia — Roma in 'Babele' Anno II - N. 6, aprile - giugno 1997
Laura Demuro — Psicomotricista — Servizio territoriale di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza - Paderno Dugnano - 1997
Giuseppa Quattrone Pizzata — Logopedista — Reggio Calabria, 1997
'Attività: Pallestra', di Laura Vicari - educatore professionale - Centro riabilitativo semiresidenziale dl Varese, in: pagine di psicomotricità n. 56 Aprile-Giugno 1998
'Riflessioni sull’uso della Pallestra con una bambina pluriminorata', di Fiammetta Chiaia - Logopedista — Fondazione Robert Hollman — Padova, 1998
'Giulio e la Pallestra' di Graziella Naldi — pedagogista, Istituto 'Leonarda Vaccari', Roma, in: handicap risposte n° 7, settembre 1999
'Galleggiando in un…mare di palline ' di Rita Cappello — Musicoterapeuta nella Globalità dei Linguaggi — Casa di cura 'Villa Verde', Lecce - 1999
'La Pallestra quale luogo di movimento, di musica e di comunicazione', di Mara Sartori - Consulente in tecnologia per la disabilità — Padova 1999
'Il mare in una stanza' di Mascia Beretta - Logopedista - Istituto di Ortofonologia — Roma — in: Babele n°13 settembre-dicembre 1999
Antonella Di Paola — Psicomotricista — Istituto Serafico di Assisi, luglio 2000
'Esperienze di utilizzo della 'Pallestra' nella pratica abilitativa-riabilitativa foniatrico-logopedica' - Massimo Borghese - Foniatra; Stefania Porcaro - Logopedista - Napoli, giugno 2000 |
 |
E’ notoriamente difficile condividere l’attenzione con soggetti che per natura ne sono deficitari, in attività di tipo interattivo, come nei casi con grave compromissione comunicativo-linguistica. Una delle operazioni più difficili da realizzare in riabilitazione è il crearsi di situazioni significativamente interattive per il soggetto che si ha in trattamento. Nella Pallestra l’attenzione si sposta dal soggetto al contesto, favorendo le attività da condividere e l’interazione: è partire dal presupposto che l’aspetto comunicativo-interattivo preceda e si integri in continuazione con gli elementi linguistici. L’elemento Pallestra rompe lo schema della diade riabilitativa bambino-adulto, per diventare bambino-contesto. In questa situazione si trovano più a loro agio l’adulto e il bambino e tutto diventa più facile. Il contesto è favorito dalla funzione stessa di contenimento che determina Pallestra, per la massa e per la sua fluidità, non solo fisica, (intesa come elemento concreto e mobile), ma anche dagli elementi riconoscibili senso-motori e simbolici. E’ un continuum, non solo di sviluppo delle funzioni cognitive e rappresentative ma un intreccio di sensazioni del piacere motorio o fonatorio che il bambino riesce gioiosamente a sperimentare. Il primo piacere che il bambino affetto da deficit comunicativo, quale l’autismo, prova è quello del contenimento. Restare fermi e immobili, come sospesi nella massa di palle colorate o farsi ricoprire da loro - per sperimentare - creare una fusione tra il corpo e l’ambiente Pallestra - oppure agitarsi per sentire la massa fluida scorrere sul proprio corpo, sono le sensazioni iniziali che un bambino può provare. La fase interattiva incomincia ancora prima di entrare in Pallestra: il bambino indica con insistenza, variando il tono (e protestando se si fa finta di non capire), indica di voler togliersi le scarpe per entrare nella vasca policroma di palle a provare una sensazione che avverte già piacevole con il solo canale visivo. Non ha paura dell’incognita ma la certezza che va ad incontrare un ambiente gradevole. Lo dimostra alla fine, la difficoltà a far uscire dal mare di palline, bambini che vorrebbero invece, con vari e reiterati tentativi, rituffarcisi. Nei gravi problemi comunicativi-linguistici dove l’interazione sociale è gravemente compromessa - e di conseguenza anche il linguaggio - la Pallestra diventa un ambiente ecologicamente adatto allo scambio. I primi tentativi di imitazione si ottengono con giochi fonici senso-motori attraverso l’uso delle palline. La differenziazione tra “to” e “da” diventa facilitata quando tutto il corpo partecipa motoriamente al movimento della massa e al moto si accompagna la parola. Gli aspetti peculiari che emergono sono: il suono - la parola - il movimento - la reiterazione del gioco - l'estrapolazione di elementi cognitivi/ simbolici - la sequenzialità di giochi; essi vengono, di seduta in seduta riconosciuti e poi modificati con l’introduzione di variazioni minime sul tema, divenendo un vero e proprio approccio riabilitativo che favorisce l’interazione col soggetto e consentendo un linguaggio significativamente contestualmente più adeguato e più ricco di richiestività e responsività. La Pallestra e l'interazione comunicativo-linguistica, di Daniela Andreis, Logopedista, Centro di Rieducazione Fonetica - AUSL Verona
|
 |
|